RK2 comunicare la realtà

Radio Kaos

Correva l’anno 1990 e la proliferazione delle emittenti televisive non si era ancora estesa a livelli epidemici. Internet, pressoché sconosciuta, era ricoperta da un’aura fantascientifica se non addirittura magica.
Quel giorno acquistai una rivista sportiva e mi soffermai su un articolo in cui l’autore rifletteva sul modus operandi di molti suoi colleghi della carta stampata. Lo faceva con parole sconsolate nei confronti di quei cronisti che, sempre più spesso, si limitavano a comporre i loro scritti con commenti di seconda mano riportati (oggi diremmo “copincollati”) dai talk show pallonari della domenica sera. Insomma, l’autore si domandava come fosse possibile che un cronista non andasse sulle sue gambe allo stadio per vedere con i suoi occhi la partita di cui avrebbe dovuto scrivere.
Oggi, a distanza di ventotto anni da quell’articolo, la comunicazione ha fatto passi da gigante.
I cronisti che raccontano fatti di cui non sono stati testimoni si ritrovano a essere in buona compagnia, tra stuoli di esperti capaci di recensire libri che non hanno mai letto, film che non hanno mai visto e dischi che non hanno mai ascoltato. O, addirittura, persone che costruiscono e diffondono opinioni su avvenimenti che non sono neppure accaduti.
Per quanto riguarda il calcio siamo ancora più avanti. C’è gente in grado di tenere intere conferenze su questo sport basandosi unicamente sulla conoscenza dei più celebri videogame. E poco importa se, oltre a non essere mai andati allo stadio, costoro non hanno neppure mai visto una partita alla tivù o un talk show pallonaro della domenica sera.
Al netto dell’ironia, questi ragionamenti certificano (se mai ce ne fosse bisogno) che il 1990 è ormai preistoria e ci pongono di fronte a un quesito: è ancora possibile oggi, nell’era della comunicazione riportata e, comunque, non fondata sull’esperienza diretta, raccontare qualcosa che sia capace anche solo di avvicinarsi alla realtà?
Fate voi.

Daniele Mocci