EAT BEAT

 

EAT BEAT, assaggia la musica, ascolta il cibo. Abbiamo studiato il logo di una strana coppia, un batterista e uno chef, per il loro progetto musico-gastronomico. Il risultato è appetitoso. Il font usato per il payoff ha un sapore retrò: il Rothwell Regular, disegnato da Ray Larabie. Il logotipo, invece, è stato creato partendo dagli elementi essenziali delle lettere per creare un font originale che suggerisse la texture della pasta.

 

ALEX

 

 

 

07/11/2018

RADIO KAOS (3) – EDITING, OVVERO… SPIA ROSSA LAMPEGGIANTE!

 

Immaginate di essere dei bravissimi chitarristi ma dei mediocri arrangiatori e dei pessimi ingegneri del suono.

<spia rossa lampeggiante>

Avete nella testa, nel cuore e nelle mani un patrimonio inestimabile di creatività. Avete la possibilità di regalare al mondo emozioni straordinarie attraverso la vostra musica.

Ma non volete che nessuno si occupi degli arrangiamenti e della lavorazione dei suoni, perché poi “rovinerebbe tutto”, “inquinerebbe la paternità delle vostre idee” e altre cose di questo tipo.

<spia rossa lampeggiante>

E così vi presentate sul palco con un repertorio di potenziali gioielli presi a calci da arrangiamenti indecenti e da un ventaglio di suoni mal combinato. Il concerto è uno schifo. Gli organizzatori ci penseranno bene prima di richiamarvi. Voi non riuscite a capire. Eppure vi avevano sentito “quella volta” in sala prove ed erano rimasti sbalorditi.

Se solo faceste mente locale, ricordereste che “quella volta” avevate altri arrangiamenti e suoni molto più efficaci (merito di un vostro ex amico che poi avete pensato bene di allontanare per le sue continue ingerenze). Ma non volete fare mente locale e continuate a non capire. Riuscite a pensare solo al fatto che nessun arrangiatore e nessun ingegnere del suono ha il diritto di dirvi cosa dovete fare delle vostre composizioni. Gli artisti siete voi, non loro.

Va da sé che, quando uscite dal vostro guscio per esibirvi, vi aspettate che il pubblico capisca la vostra musica e la accolga come un dono. Ma davvero credete che funzioni così per il solo fatto che voi siete gli artisti e loro sono gli spettatori?

<spia rossa lampeggiante>

Se la vostra musica non è arrivata a destinazione, qualcosa non ha funzionato.

Sono tutti ignoranti, insensibili o incapaci di comprendervi? Forse.

Tuttavia è più probabile che la ragione sia da ricercare altrove: se qualcuno non è stato all’altezza del vostro genio, quel qualcuno siete proprio voi.

Con arrangiamenti e suoni curati da professionisti competenti, il pubblico avrebbe capito. E avrebbe accolto la vostra musica come un dono.

Ora sostituite “chitarrista” con “scrittore” (o sceneggiatore, o giornalista, o copywriter). Poi sostituite “arrangiatore” e “ingegnere del suono” con “editor” (colui che per professione fa il lavoro di editing). Infine sostituite il pubblico del teatro con i lettori dei vostri testi, e vedrete che il risultato non cambia.

A questo punto alcuni di voi avanzeranno la madre di tutte le obiezioni: “Ma che dici? La musica e la scrittura sono due cose ben diverse!”.

<spia rossa lampeggiante>

Obiezione geniale! Ma come vi è venuta?

A proposito, avete notato che per tutta la durata di questo testo c’era una spia rossa lampeggiante? Pensate di farla smettere o non ve ne importa niente?

Fate voi.

 

 

Daniele Mocci

 

03/06/2018

WEB A ROTOLI | I LIKE IT

Questa pillola prende spunto da un articolo uscito tempo fa su il disinformatico in cui si parla di “like farm”, vere e proprie mini fabbriche di cuoricini virtuali. In un video viene mostrato per la prima volta come siano fatte queste frabrichette di like, niente di futuristico, alcuni scafali con circa 500 Iphone connessi, una specie di apple store a uso personale. Il video in se farebbe pensare a una goliardata di un gruppo di ragazzi per tirare su qualche dollaro, in realtà il fenomeno è molto esteso e coinvolge migliaia di persone (sopratutto nel sud est asiatico) ed è in rapida crescita. Il “like” o meglio il “click” nella sua forma più neutra è il simbolo dell’economia del nostro tempo, tutto gira intorno al click sul web, popolarità e pubblicità si esprimono in click, chi non ha click non esiste e quelli che non esistono pagano. I più diffusi siti internet quali google, youtube, facebook, twitter etc. ci consentono di usufruire dei  loro servizi in maniera”gratuita”, in cambio ci imbottiscono di messaggi pubblicitari i quali sono tracciati secondo alcuni parametri che ne definiscono l’efficacia, uno di questi è il click. Naturalmente il click come metro di popolarità non riguarda solo la pubblicità online, riguarda tutti noi: anche il successo del nostro ecommerce di marmellate è misurato in click, il successo del nuovo brano della nostra band preferita sarà decretato dal numero di click, persino l’odio verso qualcuno è misurato in click. Quanto costa ottenere un click vero e quanto uno fake? Diciamo che 1000 follower su Twitter costano poco più di 500 euro (i prezzi sono molto variabili) mentre un click vero ha un valore difficilmente quantificabile, dipende solo da voi e dalla vostra capacità di proporvi sul web.  Sul valore reale dei click parleremo nel prossimo episodio del “web a rotoli”.

 

02/05/2018

RADIO KAOS (2) – COMUNICARE LA REALTÀ

Correva l’anno 1990 e la proliferazione delle emittenti televisive non si era ancora estesa a livelli epidemici. Internet, pressoché sconosciuta, era ricoperta da un’aura fantascientifica se non addirittura magica.
Quel giorno acquistai una rivista sportiva e mi soffermai su un articolo in cui l’autore rifletteva sul modus operandi di molti suoi colleghi della carta stampata. Lo faceva con parole sconsolate nei confronti di quei cronisti che, sempre più spesso, si limitavano a comporre i loro scritti con commenti di seconda mano riportati (oggi diremmo “copincollati”) dai talk show pallonari della domenica sera. Insomma, l’autore si domandava come fosse possibile che un cronista non andasse sulle sue gambe allo stadio per vedere con i suoi occhi la partita di cui avrebbe dovuto scrivere.
Oggi, a distanza di ventotto anni da quell’articolo, la comunicazione ha fatto passi da gigante.
I cronisti che raccontano fatti di cui non sono stati testimoni si ritrovano a essere in buona compagnia, tra stuoli di esperti capaci di recensire libri che non hanno mai letto, film che non hanno mai visto e dischi che non hanno mai ascoltato. O, addirittura, persone che costruiscono e diffondono opinioni su avvenimenti che non sono neppure accaduti.
Per quanto riguarda il calcio siamo ancora più avanti. C’è gente in grado di tenere intere conferenze su questo sport basandosi unicamente sulla conoscenza dei più celebri videogame. E poco importa se, oltre a non essere mai andati allo stadio, costoro non hanno neppure mai visto una partita alla tivù o un talk show pallonaro della domenica sera.
Al netto dell’ironia, questi ragionamenti certificano (se mai ce ne fosse bisogno) che il 1990 è ormai preistoria e ci pongono di fronte a un quesito: è ancora possibile oggi, nell’era della comunicazione riportata e, comunque, non fondata sull’esperienza diretta, raccontare qualcosa che sia capace anche solo di avvicinarsi alla realtà?
Fate voi.

 

Daniele Mocci

03/04/2018